21 agosto. Stiamo per andare in rosso PDF  | Stampa |  E-mail
Lunedì 16 Agosto 2010 21:22

La "sindrome della rana bollita". Una rana messa in pentola d'acqua fatta scaldare lentamente non è in grado di riconoscere il graduale , ma letale cambiamento. Come le rane, così molte persone sembrano incapaci di individuare le lente tendenze letali nelle quali lo sviluppo dell'economia e della popolazione rischiano di far bollire la nostra civiltà".

Quest'anno arriva già il 21 agosto il giorno in cui l’umanità avrà già consumato tutte le risorse che la natura può fornire nel corso di un anno secondo il Global Footprint Network .  Ci stiamo mangiando il pianeta.
In realtà la Terra fornisce tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere e prosperare. Ma ne consumiamo sempre di più. Per vivere senza andare oltre i mezzi forniti da un solo pianeta dobbiamo cominciare a riconoscere i limiti ambientali. Dobbiamo iniziare a porre i limiti ambientali al centro dei nostri processi decisionali e ad utilizzare l’ingegnosità umana per trovare nuovi modi di vita, entro i limiti che la Terra impone.  Negli ultimi due anni la deadline per l’equilibrio della terra è stata anticipata di un mese – da settembre a agosto – e forse ora è davvero arrivato il momento di fermarsi. Mathis Wackernagel, l'inventore del concetto di impronta ecologica, l'indice statistico che mette in relazione il consumo di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle, dichiara “Quando si esauriscono in nove mesi le risorse di un anno si dovrebbe essere seriamente preoccupati”
Wackernagel sostiene che per raggiungere la sostenibilità bisognerà combattere tre dure battaglie : la sindrome della rana bollita, l'apartheid mentale e la tragedia dei beni comuni.
“ Prima di tutto ,dice Wackernagel, la propensione a focalizzarsi sui sintomi dei problemi o sugli eventi individuali, diminuisce la capacità di visione complessiva. Si finisce con l'ignorare , o per lo meno non riuscire a prevedere - gli effetti cumulativi dei singoli eventi. Il neurologo Robert Ornstein e il biologo Paul Ehrlich ritengono che la nostra attenzione agli eventi isolati e immediati sia collegata al funzionamento del cervello umano: cambiamenti lenti, implicazioni a lungo termine e connessioni multiple non possono essere facilmente percepiti. Ciò potrebbe essere paragonato alla "sindrome della rana bollita". Ornstein e Ehrlich spiegano che "una rana messa in pentola d'acqua fatta scaldare lentamente non è in grado di riconoscere il graduale , ma letale cambiamento.Come le rane, così molte persone sembrano incapaci di individuare le lente tendenze letali nelle quali lo sviluppo dell'economia e della popolazione rischiano di far bollire la nostra civiltà". Se non apriamo gli occhi sul lento ma costante deterioramento del pianeta alla fine diventeremo vittime della "tirannia dell'oggi". La tendenza della società a svendere l'ecosfera a pezzetti per soddisfare desideri immediati è l'equivalente ecologico del fuoco sotto la pentola della rana. Peggio, l'espansione dell'attività umana e della produzione di capitale manufatto, a vantaggio prevalente di coloro che già sono ricchi, schiaccia gli sforzi fatti da altri per vivere compatibilmente con i mezzi messi a disposizione della natura. Noi confidiamo che la chiarezza grafica del modello dell'Impronta Ecologica , mostrando a colpo d'occhio quanta ecosfera abbiamo già svenduto, possa svegliare la maggioranza di noi dal letargo indotto dai consumi tipici della nostra era materialistica .
Noi abitanti della Terra, poi, affetti da una sorta di apartheid mentale che ha eretto una imponente barriera psicologica tra l'uomo moderno e il resto della realtà. la nostra tendenza a "sentirci fuori dal problema" appare evidente anche nel modo in cui opponiamo resistenza all'idea che il genere umano sia parte integrante della natura, solo una delle moltissime specie che occupano il pianeta. Questa frattura artificiale rende più difficile comprendere la concezione ecologica di un mondo finito. Il nostro apartheid mentale deve essere abbattuto. La sostenibilità richiede una percezione profonda del fatto che il destino dell'ecosfera si identifica con il destino del genere umano: noi non abbiamo un corpo; noi non siamo "circondati da un ambiente", noi non siamo parte integrante dell'ecosfera. Di nuovo, il modello dell'Impronta Ecologica può aiutare la comprensione del fatto che siamo radicati nella natura: a differenza della maggior parte delle analisi ambientali convenzionali, questo modello non mostra l'impatto della gente sulla natura quanto piuttosto il ruolo dominante giocato dagli esseri umani nella natura.
 La terza sindrome comportamentale che ci impedisce di agire in modo sostenibile è la cosiddetta "tragedia dei beni comuni" ( più esattamente la "tragedia delle risorse a libero accesso"). L'ecologo Garrett Hardin, riprendendo l'opinione di Aristotele secondo cui "ciò che è in comune tra il maggior numero di individui riceve il minimo di attenzione", ha sottolineato le tragiche conseguenze sociali di questo fenomeno. in generale il problema emerge ogni volta che i vantaggi derivanti a un individuo dal sovrasfruttamento di una risorsa liberamente accessibile eccedono la quota di costi pagati da quello stesso individuo per i danni conseguenti. Hardin porta ad esempio il guadagno che deriva a un singolo pastore dall'aumento del suo gregge su un pascolo comune, rispetto ai costi che lo stesso pastore deve sostenere come conseguenza di quell'aumento. Dal momento che per il singolo pastore i vantaggi netti sembreranno sempre maggiori dei costi, ogni pastore sarà incentivato ad aumentare i propri animali sul pascolo comune, con il risultato di distruggerlo a danno di tutti. Anche nel caso che un buon pastore veda la tragedia imminente, nulla lo spingerà ad esercitare una forma di personale autocontrollo, poiché qualcun altro andrà a riempire il vuoto da lui lasciato. Questo tragico meccanismo è uno dei principali motori della spirale ecologica negativa globale. Hard in propone di risolvere questa tragedia attraverso l'adozione di contratti sociali per il governo dei beni comuni. Ciò di cui abbiamo bisogno, per citare le sue parole, è  "una reciproca coercizione, reciprocamente concordata".
L'analisi dell'Impronta Ecologica può contribuire anche alla comprensione del problema delle risorse a libero accesso. Essa mostra fino a che punto i consumi odierni si siano già appropriati della produzione delle cosiddette "risorse globali comuni". Vi sono naturalmente molti altri meccanismi psicologici  che ci spingono a coltivare aspirazioni contraddittorie e ci portano a spingere gli altri ad adottare comportamenti che noi stessi non siamo disposti ad adottare. E' chiaro che abbiamo bisogno di strumenti migliori, a ogni livello, che ci aiutino a capire il ruolo che ricopriamo nell'ecosfera, che rendano i nostri processi decisionali più trasparenti e che chiariscano il bilancio tra le diverse opzioni."

Intanto, sul bel sito del  Global Footprint Network, potete calcolare la vostra Impronta ecologica. E magari, cominciare a vedere come diminuirla.

 

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