Ciclabile Parenzana, cultura e buon senso PDF  | Stampa |  E-mail
Lunedì 23 Luglio 2012 21:54

Faccio parte di una generazione fortunatissima. Da bambino, e parlo degli anni 50 essendo io del '48, la strada era il luogo delle amicizie e dei giochi: c'era sempre uno slargo, un campetto, o una stessa strada, per giocare (a darsela, mosca cieca, sconderse, s'cinche), o per il pallone. Non c'erano pericoli e i genitori potevano piano piano, ma molto presto, allungarci il filo. Si tornava a casa all'imbrunire. Noi eravamo felici di questa libertà, e le mamme anche, avendo un po' di tempo da dedicare a loro stesse. Quando poi, nel '68, arrivò la prima automobile, la “cinquecento”, si allargò

a dismisura il mio orizzonte di libertà. Rapidamente, amici e conoscenti, fummo tutti motorizzati. Però, in poco meno di 20 anni – direi a cominciare dalla metà degli anni 80 - dapprima inconsciamente , poi più nitidamente, divenne chiaro che tanta “libertà” non ci era concessa gratuitamente, ma a carissimo prezzo . Con il passare degli anni il conto si è fatto sempre più salato, insostenibile. Il fatto è che le nostre città sono state fatte per le persone, non per le automobili. E l'automobile ha trasformato l'ambiente umano per eccellenza in un luogo pericoloso per gli esseri umani. L'auto, oltre a inquinare, è ingombrante, ed ha invaso gli spazi comuni urbani con un effetto disastroso di distruzione del tessuto sociale. Ha determinato la fine della possibilità dei bambini di muoversi autonomamente nei quartieri, la distruzione della possibilità per gli anziani di costruire relazioni sociali autonome. In un bel libro dove Stefano Bartolini parla della nostra felicità, egli sostiene che “lo spazio pubblico pedonale di qualità non è un lusso ma un bisogno essenziale, perchè per essere felici abbiamo bisogno di poter camminare e stare in mezzo alla gente.” E, aggiunge , “la questione dell'accesso allo spazio è sempre stata cruciale nella storia umana, come nella società rurale l'accesso alla terra contesa tra latifondisti e contadini poveri. Per la società urbana la questione è l'accesso allo spazio pubblico, e la contesa è tra i pedoni e le automobili.” Su questa contesa si sono innestate le riflessioni di tutte le amministrazioni delle città del mondo. Che hanno lavorato - senza demonizzare il mezzo privato, necessario per il lavoro, gli impegni familiari, gli acquisti, ecc. – al riequilibrio degli spazi urbani per restituire qualità ai luoghi in cui viviamo. Nel clima attuale delle olimpiadi di Londra è bello ricordare che è stata proprio l'essere sede di un'olimpiade l'occasione, per Barcellona, per la progettazione e realizzazione di una città sostenibile, con ampie zone pedonali, piste ciclabili, corsie per i mezzi pubblici, un nuovo lungomare. Era il 1992: vent'anni fa. Si può quindi dire che è già da lungo tempo che le città del mondo cercano, con più o meno successo, di affrontare il problema creato dal traffico urbano. Uno degli strumenti più importanti a nostra disposizione è la bicicletta . E lo si vede chiaramente nelle città europee considerate più vivibili, che fanno parte degli Stati europei dove i servizi funzionano e il benvivere, non solo il benessere, è una priorità delle politiche locali. “Tutto cominciò - sottolinea Ivan Illich nel suo saggio Elogio della bicicletta - con il cuscinetto a sfere, l’invenzione della seconda metà dell’Ottocento grazie alla quale tanto l’automobile quanto la bicicletta diventano possibili. E lo diventano in contemporanea, dunque è falso pensare alla bicicletta come a qualcosa di arretrato e di preindustriale, quasi un ritorno all’età della pietra! A un dato momento si apre un bivio di portata storica: da una parte la strada che conduce a una maggiore libertà nell’equità, dall’altra l’illusione di una maggiore velocità progressivamente paralizzante. Rispettivamente: il mondo della bicicletta e quello dell’automobile. La bicicletta allarga il raggio d’azione personale dell’uomo, senza limitarne il movimento. Quando non è possibile andare in bici la si spinge a mano. E la bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un'auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da una sola vettura.”

 

L'inizio dei lavori di realizzazione di un piccolo e monco segmento della ciclabile Parenzana - piccolo perchè si tratta di poco più di 2 Km dal confine di Rabuiese fino ad Aquilinea , monco perchè non raggiunge né Muggia né tantomeno Trieste -poteva essere l'occasione per una seria riflessione su quanto si sta (o non si sta) facendo nella nostra provincia per la mobilità sostenibile, per cercare, come dicevo, quell'equilibrio degli spazi urbani capace di ridare qualità , e felicità, alla nostra vita in città, senza doverla ricercare per pochi giorni solo nei luoghi di vacanza . I nostri amministratori avrebbero potuto scusarsi ( non è vietato ) per aver impiegato dodici anni da quando fu sottoscritto l'impegno tra 33 comuni di Italia, Slovenia e Croazia per realizzare il primo metro della ciclabile, mentre, ad esempio, già dal 2008 i Comuni sloveni hanno recuperato tutti i 48 Km di Parenzana sul loro territorio , dal confine italo sloveno di Rabuiese al confine sloveno croato di Dragogna, con chilometri di percorsi cittadini aggiuntivi a Capodistria, Isola e Portorose. Spiegarci perchè non si è approfittato dei grandi lavori di viabilità realizzati proprio degli ultimi 10 anni in Valle delle Noghere (autostrada, rifacimento provinciale 14) ai fini ciclopedonali. Avrebbero potuto dirci perchè il tracciato in corso di realizzazione non segue il corso della Parenzana e risulta così poco “logico” . E , comunque, magari impegnarsi ad accelerarne il completamento, posto che è previsto e finanziabile sia dalla UE come dalla nostra Regione , e soprattutto perchè non viene ora collegata Muggia (sia arriva solo alla foce del Rio Ospo) né si supera l'abitato di Aquilinia. .

Invece nulla, anzi, peggio. Una volta di più i nostri politici hanno dimostrato, da una parte criticando dall'altra giustificando l'uso dell'asfalto per il fondo della ciclabile, che della bicicletta conoscono solo la dimensione ludica, di passatempo. Chi è in strada con le proprie capacità motorie, piedi o bicicletta, è uno che intralcia, fa perdere tempo , insomma è in gita e per questo non deve utilizzare le stesse strade usate dai veicoli a motore. E le ciclabili, quando fuori porta, non vanno asfaltate! Per loro solo chi è in strada a bordo di un veicolo a motore sta sicuramente facendo qualcosa di importante e non ha tempo da perdere. Che la bicicletta serva per spostarsi, e velocemente, occupando poco spazio senza inquinare, non ce la fanno proprio a pensarlo. Non è solo mancanza politica di coraggio , e sappiamo che ce ne vuole perchè la contesa per l'occupazione dello spazio urbano è durissima dappertutto. E' proprio becero opportunismo. Vanno all'incasso di un facile consenso, soddisfacendo la parte peggiore che è in tutti noi, in questo caso l'egoismo. E ' quello che è avvenuto per i programmi televisivi: ha comandato l'auditel, e la televisione è diventata inguardabile. In strada comanda l'auto, e la città è invivibile. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Cultura e coraggio sono alla base del Paseo e delle Ramblas a Barcellona, ignoranza e opportunismo d'accatto gli ingredienti per le nuove Rive di Trieste. A Barcellona la gente sulle rive, a Trieste le Rive trasformate in autodromo (fiorito però). Servono cultura e coraggio per progettare la propria sostenibilità limitando drasticamente il traffico, e Muggia, anno 2012, progetta una propria sostenibilità al contrario, mantenendo il traffico e i parcheggi in Centro e spostando in periferia la stazione degli autobus.

La ciclabile che abbastanza presto potremo percorrere da Rabuiese ad Aquilinea ci renderà comunque famosi in tutta Europa. I mali, lo sapete, non vengono mai da soli. E noi non abbiamo solo i politici, ma anche gli uffici tecnici pubblici. E qui, in 2000 metri, sono stati superati i più alti livelli, più che di incompetenza , di mancanza di buon senso. Il percorso è raffazzonato , illogico. Certamente il finanziamento regionale ha condizionato le scelte, perchè conteneva l'obbligo di realizzare il collegamento Rabuiese – Aquilinea ma le risorse erano insufficienti. Però sono passati 12 anni dall'accordo tra i Comuni, 7 anni dal primo finanziamento: c'era tempo e modo per scegliere e finanziare un percorso logico e, soprattutto, sicuro. Invece sicuro non sarà, troppi percorsi misti, e sensi unici che daranno un senso di marginalità della ciclabile. Ma la perla, quella che ci renderà famosi (non è un'esagerazione, da qui passano tutti quelli che vanno verso la Croazia, i Balcani, la Grecia, e sono tantissimi) è l'attraversamento della Strada Provinciale 14 di Farnei. Arrivati sul marciapiede della provinciale si trattava solo di scegliere in quale punto passare dall'altra parte. La Provinciale, lo dice la parola, è di competenza della Provincia. E così l'ing. Paolo Stolfo, Direttore dell'Area Servizi Tecnici della Provincia, ha deciso: si attraversa là, dove esiste già un passaggio pedonale . Giusto. Però il passaggio pedonale non è in linea con il percorso, bisogna costeggiare la provinciale , attraversare, e poi costeggiare dall'altra parte nuovamente per tornare in direzione di marcia. Ma c'è un altro però : il passaggio pedonale non ci porta sul marciapiede opposto. Si attraversa la provinciale è vero, ma avendo dovuto costeggiare la provinciale per raggiungere il passaggio pedonale abbiamo anche superato un bivio. Cosicchè, per arrivare al marciapiede che ci interessa, invece di un attraversamento pedonale se ne fanno tre, di cui uno cieco (senza visibilità) andando su è giù nello stesso posto. Guardare per credere. E non siamo su Truman show.                                                                 

 

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