Un'altra città Trieste – Senza riconoscere gli errori non si cambia direzione PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da jacopo rothenaisler   
Mercoledì 26 Febbraio 2020 14:16

 

Che peccato. Di questi tempi la partecipazione dei cittadini è merce rarissima e , come tale, non andrebbe sprecata. Invece, l'incontro pubblico organizzato Venerdì 21 febbraio al Teatro Miela dalla rete “Un'altra città Trieste” è risultato tanto ricco di partecipazione quanto povero di idee importanti per la Trieste del XXI secolo. Ciò che uno dei relatori, Riccardo Laterza, in un'altro contesto brillantemente condensava in “ Trieste che, anche per affrontare le trasformazioni dirompenti determinate dalla crisi climatica e da quella economica, cambia ritmo, promuove stili di vita più sostenibili, salutari e attivi; Trieste capitale verde” (qui ) nell'incontro del Miela non c'è o quasi, se non di sfuggita, negli interventi dei numerosi relatori. Già l'oggetto principale dell'incontro, i 90 buchi neri, ovverossia le 90 aree ed edifici abbandonati in città e nell'intorno, pur rappresentando un elemento di grave degrado della città, non sembra essere

l'elemento fondante della Trieste del nuovo secolo. Ma nessuno dei relatori dice che i 90 buchi neri non sono stati realizzati da alieni, e sono invece uno degli effetti della dissennata politica urbanistica degli ultimi 50 anni, che continua ancor oggi. A questo proposito i dati sono impressionanti.  Mentre Trieste perdeva il 35% della popolazione ( più di 72.000 abitanti passando da 272.522 residenti nel 1952 a meno di 200.000 oggi) in  tutti i Piani Regolatori - compreso l'ultimo del 2015, giunta  Cosolini – sono previsti più di 300.000 abitanti. Nel medesimo arco di tempo la superficie urbanizzata di Trieste è raddoppiata, passando dal 17% della superficie comunale al 34,81% nel 2017,  e continua a divorare territorio al ritmo di 3 ettari (5 campi di calcio) all'anno. In 50 anni nella provincia di Trieste, superficie 21.000 ettari,  sono stati cementificati 7.630 ettari (l'area di Porto Vecchio ha 60 ettari) - tra prati, pascoli , vigneti, orticole . E l'espansione territoriale  non conosce freni .  Si continua così a consumare suolo alimentando l'edificato nuovo anzichè il recupero del vecchio, causa principale dei “buchi neri”.  L'incontro del Miela si consuma senza alcun accenno alle responsabilità anche della parte più largamente rappresentata in sala , quando invece per invertire la rotta è necessario capire e riconoscere i propri errori. Nessuno avanza proposte di modifica sostanziale delle dissennate previsioni del PRG vigente. Nessuna proposta di “consumo di suolo zero” come altro elemento essenziale di una nuova politica urbanistica. Nessun accenno infine alla necessità di una profonda revisione delle priorità per la crisi climatica in atto. Nulla sul tempo a nostra disposizione per realizzare una nuova città.  Mentre scriviamo questa nota il Carbon Clock , che  mostra la quantità di CO2 che può essere ancora rilasciata nell'atmosfera ai ritmi attuali per limitare il riscaldamento globale a un massimo di 1,5 ° C,    scandisce che l'umanità ha a disposizione solo 7 anni 10 mesi e 6 giorni di tempo per arrivare all'emissione zero di CO2.  In un mondo dove il 70% degli esseri umani (l'85% in Italia) vive in città tutto, o quasi, si gioca nel complicato ma entusiasmante contesto urbano. Un battito di ciglia, ecco il tempo che abbiamo a disposizione per rifondare una Trieste sostenibile e resiliente. Infine la tela su cui disegnare la Trieste futura:  non è un ordito enorme e così intonso da poterci mettere qualsiasi cosa sia gradita ai triestini, quello spazio ormai ce lo siamo giocato tutto. Oggi abbiamo a disposizione un francobollo che in pochi anni deve funzionare ad emissioni zero: una perfetta macchina ad economia circolare, da organizzare entro domani. Cominciando dalla Dichiarazione di emergenza climatica. Dire la verità, agire subito, per fondare la Trieste del XXI secolo . Di tutto ciò non c'era traccia al Teatro Miela.

 

 

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