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Tutto inizia 40 anni fa
Eravamo poco più di due miliardi nel 1948. Adesso siamo sei miliardi e le previsioni dicono che ne saremo nove tra 30 anni.   Ma il disastro di cui parleremo  è cominciato quarant'anni fa. È lì che si è scatenata la corsa allo spreco. In quaranta´anni il nostro impatto negativo sulla biosfera è triplicato, e non smette di crescere. Sembra impossibile, no? In fondo, non mangiamo il triplo, non

facciamo il triplo di viaggi, non usiamo il triplo di vestiti.  Come si spiegano questi numeri da apocalisse? Semplice. Nella nostra vita ha fatto irruzione l'Usa e Getta, l'obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura. Un computer è vecchio dopo due anni, un telefonino peggio ancora. E se non li cambi sei "out".

Impronta ecologica e Earth Overshoot Day
La crescita demografica, e quella dei consumi individuali, hanno fatto sì che negli ultimi 40 anni la domanda dell'umanità sul pianeta sia più che raddoppiata. Ancora nel 1961 l'umanità usava la metà delle risorse rigenerabili in un anno e quasi tutti i paesi del Mondo possedevano una capacità più che sufficiente a soddisfare la propria esigenze interna. Oggi la situazione è cambiata in modo radicale. Molti paesi possono soddisfare i loro bisogni solo importando risorse da altre nazioni e utilizzando l'atmosfera del Pianeta come discarica di anidride carbonica e di altri gas serra :  occorre circa 1,4 volte la Terra per soddisfare le nostre necessità . 
ll 23 settembre 2008 è stato l' Earth Overshoot Day, Il giorno in cui l'umanità ha utilizzato tutte le risorse che la natura riesce a generare in un anno.  Ci stiamo mangiando il pianeta.    La domanda globale sulle risorse della Terra supera  del 30% la capacità rigenerativa di quest'ultima. Più di tre quarti degli abitanti del pianeta vivono in nazioni che sono debitrici ecologiche, dove cioè i consumi nazionali hanno superato la capacità di risorse naturali del paese. Entro il 2030 avremo bisogno di due pianeti per soddisfare il fabbisogno dell'umanità di beni e servizi. Questi dati ci vengono forniti dal calcolo dell’ impronta ecologica, che può essere definita come l'area totale degli ecosistemi terrestri e acquatici richiesta per produrre  le risorse che la popolazione umana consuma e assimilare i rifiuti che la popolazione stessa produce : in base a questi parametri dal primo gennaio al 23 settembre abbiamo già consumato tutte le risorse che la Terra è in grado di rigenerare in un intero anno.
Finora siamo riusciti, con la tecnologia, a spremere il pianeta, e con i soldi a distribuire quanto ottenuto.  Il consumo generale dell'umanità ha superato la biocapacità totale della Terra per la prima volta negli anni 80, e questa tendenza ha continuato a crescere. Ma ovviamente non tutti contribuiscono a questo trend nella stessa misura: Stati Uniti e Cina utilizzano, ciascuno, il 21% della biocapacità del pianeta. Il consumo procapite della Cina è molto più basso di quello registrato negli Usa, ma la popolazione è anche quattro volte superiore. Nei valori pro-capite gli statunitensi mantengono infatti il primato assoluto di grandi "divoratori" del pianeta, richiedendo una media di 9.4 ettari globali, come dire, che ciascun americano vive con le risorse di circa 4.5 pianeti Terra. 
Il nostro paese è al 24esimo posto nella classifica delle maggiori impronte ecologiche sul pianeta, su oltre 180. Non è una buona posizione: significa che consumiamo ben più di quanto le nostre risorse interne ci consentirebbero di fare. Viviamo "in debito". L'impronta ecologica pro capite dell'Italia è 3,8 a fronte di una sua capacità biologica di 1,3 ha/p, il che significa che il territorio Italiano non basta a soddisfare l’attuale consumo di risorse degli italiani. C'è quindi un deficit ecologico di 2,5 ha/p. In altre parole per mantenere la nostra popolazione agli attuali livelli di consumo ci servono circa altre due Italie.                           
La natura non accetta carte di credito: chi era povero diventa miserabile, chi aveva poco da mangiare, torna a morire di fame.  E così già alcune aree del mondo hanno sperimentato il collasso perché sono troppo povere per importare risorse extra rispetto a quelle che riescono a produrre in loco.

Sviluppo senza fine
Nella nostra moderna civiltà altamente tecnologizzata, è facile dimenticare che l’economia – in verità la nostra stessa esistenza – dipende interamente dai sistemi naturali e dalle risorse del pianeta. Dipendiamo, ad esempio, dal sistema climatico globale per la presenza di un ambiente compatibile con l’agricoltura, dal ciclo idrico per la disponibilità di acqua fresca e da processi geologici di lunga durata per la trasformazione delle rocce in terreni che hanno reso la Terra un pianeta biologicamente produttivo. Attualmente è talmente grande il numero di persone che esercita richieste sui sistemi naturali da superare la loro capacità di dare risposta a queste esigenze.
L'imbroglio è  nella parola sviluppo.  A prima vista non sembra così. In fin dei conti in questi decenni ci si è liberati di tanto lavoro manuale, avversità naturali, malattie, fatiche, debolezze, forse anche della morte naturale. Ma in cambio abbiamo inquinamento, montagne di rifiuti, consunzione della fantasia e dei desideri. E vero: tutto è diventato fattibile e acquistabile, ma è venuto a mancare ogni equilibrio.
I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per “migliorare” la natura, ormai ci tornano indietro: i depositi finali sono i nostri corpi. Ogni bene e ogni attività è trasformata in merce, ed ha dunque un suo prezzo: si può comperare, vendere, affittare.
Il motto dei moderni giochi olimpici è divenuto legge suprema ed universale di una civiltà in espansione illimitata: “citius, altius, fortius”, più veloci, più alti, più forti, si deve produrre consumare, spostarsi, istruirsi,....competere insomma. La corsa al “più” trionfa , il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile ed incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il tempo del progresso dominato da una legge dell'utilità definita <economia> e da una legge della scienza definita <tecnologia>.
Il cuore della questione che ci sta davanti, la grande causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, è probabilmente il passaggio da una civiltà del “di più” ad una del “può bastare”, o del forse è già troppo. Lo sviluppo nasconde lo sfruttamento, la morte delle diversità, l'evidenza di un'umanità infelice,  precaria, insicura e, a ben guardare, anche più povera. Dopo secoli di progresso, in cui l'andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di “regredire”, cioè di invertire  o almeno fermare la corsa.  Ma questa corsa  è diventata autodistruttiva, come ormai molti intuiscono e ammettono.
Per comprendere l’attuale dilemma ambientale, può tornare utile dare uno sguardo alla storia delle civiltà che si sono già trovate ad affrontare problemi affini. Sei secoli fa, per esempio, gli islandesi realizzarono che l’eccessivo sfruttamento dei pascoli erbosi sugli altopiani della regione stava causando una grave perdita di terreno. Piuttosto che affrontare un declino economico, gli allevatori si accordarono tra loro per calcolare quante pecore gli altopiani potessero sostenere e poi distribuirono le quote tra di loro così da preservare i loro pascoli. Gli islandesi compresero le conseguenze dell’abuso del pascolo e ridussero il numero delle pecore a un livello sostenibile. La loro produzione e l’ottima industria della lana continuano a prosperare a tutt’oggi La nostra civiltà quindi non è la prima a confrontarsi con problemi ambientali responsabili di un declino economico. La questione è come potremmo reagire. Come nel caso islandese è già accaduto che alcune civiltà in passato siano state alle prese con problemi ambientali e siano state in grado di riprendere la giusta rotta in tempo per evitare la propria decadenza e fine. 
Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti, rallentare(i ritmi di crescita e sfruttamento); abbassare (i tassi di inquinamento, produzione, consumo); attenuare (la nostra pressione verso la biosfera). Un vero <regresso>, difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi.
Tant'è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio, parlando di “sviluppo sostenibile” o di “crescita qualitativa ma non quantitativa”, salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando poi si tratta di attraversare in concreto il fiume della inversione di tendenza. Ed invece sarà proprio quello che ci è richiesto sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 6-7 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco ed industrializzato se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell'umanità possa continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri.
Noi sapremo farlo? Per il momento sembra proprio di no.
L'idea di sviluppo resiste ostinatamente all'evidenza del suo fallimento. Per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica. È diventato mistica, mitologia, religione. Un feticcio imbroglione che anestetizza le sue vittime. Il vero oppio dei popoli . Ci dicono che per uscire dalla crisi economica dobbiamo lavorare di più. Diventare cinesi. Che la Cina vada al disastro e affoghi nell'inquinamento, sono obiezioni irrilevanti. Si va avanti lo stesso.  Come ha osservato Øystein Dahle, ex vicepresidente della Enron, “il socialismo è crollato perché non permetteva al mercato di dire la verità sull’economia. Il capitalismo potrebbe crollare perché non permette di dire la verità sull’ambiente”.  «Non è troppo tardi per evitare una recessione ecologica - ha osserva James P. Leape - ma bisogna cambiare l'attuale stile di vita e indirizzare le nostre economie verso percorsi più sostenibili». Consumare meno e meglio, soprattutto il nostro mondo "avanzato", «fermo restando - scrive il rapporto - che lo sviluppo tecnologico continuerà a rivestire un'importanza vitale nell'affrontare la sfida della sostenibilità».

Energia
La corsa sfrenata dello sviluppo senza limiti, pagato dall'ambiente, è potuta determinarsi per la disponibilità di energia fossile a basso prezzo. Proviamo , con le parole di Jeremy Rifkin, a riflettere su alcune questioni fondamentali legate alla forza primigenia dell'energia. 
Jeremy Rifkin “ Le società umane hanno continuato ad aumentare la quantità e la qualità di energia che scorre attraverso la vita individuale e quella sociale, almeno dalla rivoluzione neolitica con l'instaurarsi dello stile di vita agricolo.
L'energia è la forza e il mezzo su cui si costruisce tutta la cultura umana. Per comprendere appieno le ragioni per cui civiltà fondate su differenti regimi energetici fioriscono e decadono dobbiamo capire le regole che governano l'energia: esistono a priori in quanto leggi naturali, e dettano le condizioni secondo cui l'energia fluisce tanto sulla terrazza quanto, più in generale, nell'universo. Esse insegnano come debba essere giocata la partita dell'energia, se la si vuole vincere; e spiegano non solo dove le civiltà del passato hanno fallito, ma ciò che la nostra società deve evitare per non subire lo stesso destino. A una civiltà cresciuta sull'idea modernista di un futuro privo di limitazioni fisiche e di un mondo privo di confini materiali, le verità della legge della entropia potranno sulle prime apparire riduttive o anche deprimenti. Il motivo è che questa legge definisce i limiti fisici estremi entro cui siamo costretti ad operare.
Se continueremo a ignorare la legge dell'entropia e la sua funzione nel definire le grandi linee entro cui si dispiega il nostro mondo fisico, lo faremo a rischio della nostra stessa estinzione. 
Una volta conosciute le leggi sull'energia  alcuni non si saranno convinti che vi siano limiti fisici che pongono restrizioni all'azione dell'uomo nel mondo. Altri saranno convinti, ma penseranno con disperazione che la legge dell'entropia è una gigantesca prigione cosmica da cui non si può fuggire. Infine, vi saranno coloro che vedranno la legge dell'entropia come la verità che ci renderà liberi. Il primo gruppo continuerà a sostenere l'attuale modello. Il secondo non avrà una concezione del mondo. Quelli del terzo saranno i precursori della nuova era.
Coltivare e aumentare i bisogni é l'antitesi della saggezza.
E' anche l'antitesi della libertà e della pace.
Qualsiasi aumento dei bisogni tende ad aumentare la propria dipendenza da forze esterne, sulle quali non si può esercitare un controllo e quindi non fa che aumentare la paura esistenziale. Solo riducendo i bisogni si può promuovere una riduzione genuina di quelle tensioni che sono le cause primarie dei conflitti e della guerra”.Le leggi che governano l'energia sono due. La prima e la seconda legge della termodinamica; esse affermano che “il contenuto totale di energia nell'universo è costante e l'entropia totale è in continuo aumento”, dove per <entropia> si intende la perdita di energia utilizzabile (l'entropia è quella energia che, quando l'energia si trasforma, si perde nel processo, e quindi non è più utilizzabile per un lavoro utile).
La prima legge della termodinamica stabilisce che la quantità di energia dell'universo è costante, che l'energia non può essere creata o distrutta, e che solo la sua forma può cambiare.
La seconda legge stabilisce che l'energia si può trasformare in una sola direzione, e cioè dall'utilizzabile all'inutilizzabile, dal disponibile all'indisponibile, dall'ordine al disordine. 
Apparecchiatura sperimentale utlizzata da Joule per dimostrare l'equivalenza tra calore e lavoro Tutto nell'universo, secondo questa legge, ha inizio come energia disponibile e concentrata e si trasforma nel tempo, in energia indisponibile e decaduta. L'entropia è la misura di quanta parte dell'energia, presente in un sottosistema, si è già trasformata in forma decaduta. Quanto più un organismo sociale è evoluto e complesso, tanta più energia è necessaria per sostenerlo e tanta più entropia si genera in tale processo. Questa semplice realtà si scontra con la teoria economica ortodossa : infatti né il capitalismo né il socialismo riescono ad accettare la dura realtà del “mondo reale” imposta alla società e alla natura della prima e seconda legge della termodinamica. Mutuando da Newton il concetto per cui a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria , la teoria capitalistica classica si fonda sul principio che l'attività economica trasforma in valore ciò che altrimenti sarebbe improduttivo, e gli economisti classici (Adam Smith, Jean Baptiste Say) paragonavano il mercato a un meccanismo in cui domanda e offerta si equilibrano continuamente (se la domanda di un bene aumenta, aumenta il prezzo; se il prezzo aumenta troppo la domanda diminuisce). Questa logica è applicata allo sfruttamento delle risorse naturali. La base di risorse è considerata inesauribile e sempre disponibile, in qualche forma, al giusto prezzo. Per contro l'entropia è considerata (ammesso che lo sia) esclusivamente come un epifenomeno dello scambio, del tutto marginale rispetto al vantaggio generale che se ne trae.
Le leggi della termodinamica ci raccontano una storia molto diversa. L'attività economica consiste nel prendere a prestito dall'ambiente input di energia a bassa entropia, per trasformarla in prodotti e servizi temporanei che hanno valore. Nel processo di trasformazione viene spesa e dispersa nell'ambiente più energia di quanta ne sia incorporata nel bene o nel servizio prodotti e, attraverso l'uso e il consumo, si dissipano e disintegrano, tornando alla fine all'ambiente sotto forma di energia decaduta o di scoria. Se, alla fine, anche i beni e i servizi che produciamo confluiscono nel flusso dell'entropia, il bilancio di quello che consideriamo progresso non può che chiudere in rosso. 
La fusione del ghiaccio è un classico esempio di processo irreversibile, in cui si ha aumento dell'entropia In altre parole se si tien conto di tutti gli elementi, ogni civiltà finisce inevitabilmente con il sottrarre all'ambiente più ordine di quanto riesce a crearne, impoverendo la terra per il semplice fatto di esistere. Le società che sopravvivono più a lungo sono quelle che si avvicinano maggiormente a una condizione di equilibrio fra le esigenze della natura e dell'uomo”

PIL, Benessere e felicità
Più lavoro, più benessere: rinunciarci significa rinunciare alla felicità?  Alcuni studi dicono che la felicità dell’americano medio è diminuita negli ultimi 30 anni.   Il motivo principale è che nonostante un cospicuo aumento della loro prosperità economica le loro relazioni intime e sociali sono continuamente peggiorate.
La povertà relazionale è causa di un aumento delle ore lavorate dagli individui. In altre parole gli individui più poveri sul piano relazionale sono anche maggiormente assorbiti dal lavoro ed interessati al denaro. Questo risultato suggerisce che l’aumento nel tempo degli orari di lavoro in America negli ultimi 30 anni, è stato influenzato dal peggioramento delle relazioni. Gli americani cercano nel lavoro e nella maggior ricchezza materiale una compensazione al peggioramento delle loro condizioni relazionali. A sua volta l’aumento degli orari di lavoro influenza negativamente la qualità relazionale. Individui il cui tempo e le cui energie sono sempre più assorbite dal lavoro dedicano meno tempo ed energie alle loro relazioni.
Questo è quanto osserviamo oggi, ma questa deriva era già presentissima a Robert Kennedy che, già nel 1968, poco prima di essere assassinato, parlando di PIL, pronunciò questo illuminante discorso : “Siamo chiari fin dall'inizio; non troveremo né un fine per la nazione né la nostra personale soddisfazione nella mera continuazione del progresso economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi nazionali sulla base del Prodotto Interno Lordo. Perché il prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine. Mette nel conto le serrature speciali con cui chiudiamo le nostre porte, e le prigioni per coloro che le scardinano. Il prodotto nazionale lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del lago Superiore. Cresce con la produzione di napalm e missili e testate nucleari, e comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. Il prodotto nazionale lordo si gonfia con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città; e benché non diminuisca a causa dei danni che le rivolte provocano, aumenta però quando si ricostruiscono i bassifondi sulle loro ceneri. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck e le trasmissione di programmi televisivi che celebrano la violenza per vendere merci ai nostri bambini. E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate.Bob Kennedy
Non tiene conto dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro giochi. E’ indifferente alla decadenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza delle nostre discussioni o l’onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi. Il prodotto nazionale lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la nostra comprensione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta; e può dirci tutto sull’America, eccetto se siamo orgogliosi di essere americani
.”

Il modello giusto esiste?
E' possibile costruire una economia ed una società più attenta ? Sì, dobbiamo liberarci da questa cecità: ma allora qual è il modello giusto? «Anni fa ho incontrato un contadino laotiano , dice Serge Latouche . Stava seduto sul bordo di un campo e non faceva nulla. Gli ho chiesto: che fai? Ha risposto: ascolto il riso che cresce. Ritroviamo il piacere della vita, prima dell'ansia di fare».

Un tempo c'era il tempo Sostenere la necessità di una decrescita economica e produttiva, descriverne i vantaggi in termini di felicità individuale, di sollievo per gli ecosistemi terrestri, di relazioni più eque e serene tra gli individui e tra i popoli, è un passaggio obbligato nella costruzione di una nuova cultura capace di superare i terribili problemi che il sistema economico industriale, fondato sulla crescita illimitata della produzione di merci, pone all'umanità e a tutte le specie viventi. Ma è come voler parlare a voce in un ambiente dove un potente sistema di amplificazione sostiene contemporaneamente il concetto opposto. Non si viene ascoltati non solo perché si sostengono posizioni così contro corrente da essere respinte a priori dai più, ma anche perché non si riesce nemmeno a far udire la propria voce. È come voler fermare un treno in corsa contrapponendogli solo la propria forza muscolare.                                 
Ciò nonostante occorre ribadire in tutte le sedi i rapporti di causa-effetto tra la crescita del p.i.l. e l'esaurimento di risorse vitali, l'incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento, la progressiva devastazione degli ambienti naturali e storicamente antropizzati, la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale.
Ma l'analisi e la denuncia non bastano. Occorre contestualmente effettuare nella propria vita scelte che comportano decrementi, anche infinitesimali, del p.i.l. Innanzitutto perché se si è convinti che la decrescita sia un elemento indispensabile per una vita più felice sarebbe sciocco non cominciare a praticarla subito nella propria. In secondo luogo perché se le riflessioni sulla necessità della decrescita si sviluppano da una pratica concreta e sperimentata non sono soltanto speculazioni teoriche e diventano più credibili. Infine perché i vantaggi derivanti dalla loro pratica non si limitano all'ambito individuale, alla costruzione di una nicchia in cui rifugiarsi da un mondo che va in direzione opposta e difendersi dalle sofferenze che genera, ma acquistano il valore di una proposta politica. Nella ossessiva ripetitività e passività dei comportamenti consumisti massificati acquistano visibilità e luminosità, manifestano i loro vantaggi e, di conseguenza, possono suscitare ripensamenti: "Se lo stanno facendo alcuni, per quale motivo non posso farlo anche io?"
Come si può praticare la decrescita nelle proprie scelte di vita?
Innanzitutto chiarendo a se stessi cosa è e come si realizza la crescita del p.i.l. A differenza di quanto comunemente si crede, la crescita del p.i.l. non misura la crescita dei beni prodotti da un sistema economico, ma la crescita delle merci scambiate con denaro. Non sempre le merci sono beni, perché nel concetto di bene è insita una connotazione qualitativa - qualcosa che offre vantaggi - che invece non pertiene al concetto di merce. Se si fanno le code in automobile aumenta il consumo della merce carburante, quindi si accresce il p.i.l., ma si ha uno svantaggio, una disutilità. Viceversa, non necessariamente i beni sono merci, perché si può produrre qualcosa senza scambiarla con denaro, ma per utilizzarla in proprio o per donarla. I prodotti del proprio orto e del proprio frutteto autoconsumati non sono merci e, pertanto, non fanno crescere il p.i.l., ma sono qualitativamente superiori agli ortaggi e alla frutta prodotta industrialmente e comprata al supermercato. La cura dei propri figli o l'assistenza dei propri vecchi fatta con amore è qualitativamente molto superiore alla cura che può prestare una persona pagata per farlo. Ma questa attività prestata in cambio di denaro fa crescere il p.i.l., l'altra, donata per amore, no.
Fare scelte esistenziali nell'ottica della decrescita significa quindi ridurre la quantità delle merci nella propria vita.
A tal fine si possono percorrere due strade:
1. ridurre l'uso di merci che comportano utilità decrescenti e disutilità crescenti, che generano un forte impatto ambientale, che causano ingiustizie sociali;
2. sostituire nella maggiore quantità possibile le merci con beni.                    
La prima è la strada della sobrietà. La seconda è la strada dell'autoproduzione e degli scambi non mercantili, basati sul dono e la reciprocità.                                        
La sobrietà non è soltanto una virtù di cui il sistema economico e produttivo basato sulla crescita del p.i.l. ha voluto cancellare accuratamente ogni traccia perché non se ne serbasse nemmeno la memoria nel giro di una generazione, ma è, soprattutto una manifestazione di intelligenza e di autonomia di pensiero.
La sobrietà nell'acquisto di merci, in funzione di bisogni reali e non indotti, privilegiando quelle prodotte col minor impatto ambientale, che provengono da meno lontano e quindi hanno fatto consumare meno fonti fossili nel trasporto dal produttore al consumatore, che generano pochi o punti rifiuti, che non costano poco perché hanno sfruttato ignobilmente la miseria dei lavoratori, che sono fatte per durare o per essere riciclate, è quindi al contempo una manifestazione d'intelligenza e una virtù. Comporta una decrescita del consumo di merci e del p.i.l. da cui deriva un miglioramento della qualità della vita e degli ambienti.                          
La sobrietà comporta una riduzione della crescita del p.i.l. attraverso una riduzione del consumo di merci, ma non consente una emancipazione dalla dipendenza assoluta nei loro confronti. E la sempre maggiore dipendenza dalle merci è la conseguenza di una sempre maggiore incapacità di autoprodurre beni. Per aver bisogno di comprare tutto ciò che serve a soddisfare i propri bisogni vitali bisogna essere incapaci di tutto. Solo chi non sa fare niente di ciò che gli serve può diventare un consumista senza alternative. La condizione di non saper produrre nessun bene, o quasi, nei paesi industrializzati è ormai generalizzata. Oggettivamente costituisce un enorme depauperamento culturale, che invece è stato proposto e vissuto come un progresso e come un'emancipazione dell'uomo dai limiti della natura. Se la crescita del p.i.l. è stata considerata sinonimo di benessere e la crescita quantitativa delle merci un bene in sé, la possibilità di acquistarne la maggiore quantità possibile e, quindi, la sostituzione dei beni autoprodotti con merci prodotte industrialmente, è stata identificata con un miglioramento della qualità della vita.
Nell'arco di una generazione alcuni beni di uso comune, come lo yogurt, il pane, la passata di pomodoro, le marmellate, le verdure sottolio e sottaceto, non si sono più fatti in casa e sono stati sostituiti da prodotti comprati al supermercato. L'autoproduzione di frutta e verdura è stata sostituita con prodotti agroalimentari carichi di veleni e senza sapore. Un processo disastroso in cui si sommano perdita di qualità e perdita di conoscenze, ma che è stato considerato un progresso perché ha comportato una crescita quantitativa della produzione di merci e del p.i.l.
La rivalutazione dell'autoproduzione di beni e servizi non solo consente di ridurre il consumo di merci e, di conseguenza, il p.i.l., ma anche di riscoprire un sapere e un saper fare dimenticati, considerati arretrati e poco scientifici perché non finalizzati ad accrescere le quantità. Ha quindi una grande valenza culturale, che non si limita a questo recupero di conoscenze, ma, cosa ancora più importante, libera dalla dipendenza assoluta dalle merci. Emancipa dalla subordinazione alle leggi del mercato. Aumenta il prezzo della frutta? E chi se se importa, se me la produco io. Maggiore è la quantità di beni che si sanno autoprodurre, meno merci occorre comprare, meno denaro occorre per vivere.            La sostituzione delle merci con beni, dell'acquisto con l'autoproduzione, comporta dunque una decrescita del p.i.l. ma non ristrettezze di approvvigionamento, sacrifici e rinunce. Ne deriva anzi un sensibile miglioramento della qualità della vita individuale e delle condizioni ambientali. La frutta e la verdura autoprodotte non sono nemmeno paragonabili qualitativamente a quelle prodotte industrialmente. Inoltre, nel loro statuto ontologico non esiste il carattere della crescita, perché non ha nessun senso produrne più di quanta se ne consuma e se ne dona. Se se ne producesse più del fabbisogno si farebbe soltanto una fatica inutile. E se nel loro statuto ontologico non esiste il carattere della crescita non esiste nemmeno la necessità delle protesi chimiche per sostenerla (fitofarmaci, antiparassitari, diserbanti, concimi di sintesi). Non c'è quindi inquinamento dei suoli, né l'inquinamento dell'aria causato dai consumi di energia necessari a produrre e trasportare le protesi chimiche. Non c'è nemmeno l'inquinamento dell'aria causato dal trasporto dei merci dai produttori ai consumatori.   Non ci sono imballaggi né rifiuti da raccogliere e smaltire. E ognuno di questi vantaggi è un fattore di decrescita del p.i.l.                                     
Nessuno potrebbe illudersi di autoprodurre tutto ciò che gli serve per vivere. L'autoproduzione di beni e servizi può essere tuttavia potenziata da scambi non mercantili fondati sul dono e sulla reciprocità, che oltre a essere fattori di decrescita economica contribuiscono anche a rafforzare i legami sociali. Il dono e la reciprocità, che hanno sostanziato la vita economica delle società pre-industriali e nei paesi industrializzati hanno apportato i loro benefici fino agli anni cinquanta del secolo scorso, non devono essere confusi con i regali acquistati e donati in un numero di circostanze fittizie crescenti, create appositamente per potenziare il consumismo, né possono essere semplicemente ridotti al baratto (scambio di prodotti senza l'intermediazione del denaro), ma consistono essenzialmente in uno scambio gratuito di tempo, di professionalità, di conoscenze, di disponibilità umana. In tutte le società di tutti i luoghi del mondo in cui si sono realizzate prima dell'industrializzazione e dell'estensione della mercificazione a tutte le sfere della vita umana, queste forme di scambio non mediato dal denaro hanno seguito tre regole, non scritte, ma generalizzate: l'obbligo di donare, l'obbligo di ricevere, l'obbligo di restituire più di quello che si è ricevuto. In questo modo si creano legami sociali, mentre gli scambi mercantili li distruggono.
La parola "comunità", formata dall'unione delle parole latine cum, che significa "con", e munus, che significa "dono", indica un'associazione fondata su scambi non mercantili, sul dono e la reciprocità, su legami sociali più forti di quelli esclusivamente mercantili che legano i membri di una società.
Maggiore è l'incidenza degli scambi fondati sul dono e la reciprocità, minori sono gli scambi mercantili. Per allargare sempre di più la sfera degli scambi mercantili, la sfera delle merci, e quindi la crescita del p.i.l., la società industriale ha distrutto progressivamente gli scambi non mercantili, anche all'interno dei nuclei comunitari più forti, quelli fondati sui vincoli del sangue. Le famiglie sono state vieppiù ridotte al nucleo ristretto di genitori e figli e anche nei legami tra genitori e figli i servizi alla persona fondati sul dono e la reciprocità sono stati progressivamente sostituiti da prestazioni a pagamento: in particolare la cura dei piccoli e degli anziani. Rivalutare i legami comunitari nelle famiglie, rompere i limiti mononucleari in cui la famiglia è stata ristretta, riscoprire l'importanza dei rapporti di vicinato, costruire gruppi di acquisto solidali e banche del tempo (sebbene quanta cultura mercantile indotta è insita nella denominazione di "banca" data ad una forma di legame sociale che si propone di rompere i limiti della mercificazione nella fornitura di servizi alla persona!), restituire ai nonni il loro ruolo educativo e di trasmissione del sapere nei confronti dei nipoti: tutto ciò comporta una decrescita del p.i.l. attraverso una riduzione della mercificazione nei rapporti interpersonali e al contempo forti miglioramenti della qualità della vita.                                             
La sobrietà, l'autoproduzione e gli scambi non mercantili non possono comunque abolire la dimensione mercantile, né sarebbe auspicabile che ciò avvenisse, perché alcuni beni e servizi possono solo essere acquistati e la loro privazione peggiorerebbe le condizioni di vita.
Ma possono contribuire a ridurla in maniera determinante, riportandola alle sue dimensioni fisiologiche .                                        
Ma quanto e cosa si può, o conviene, autoprodurre? Dipende da dove si vive, dal tipo di lavoro salariato che si fa, dalla fascia d'età, dalle caratteristiche della propria famiglia, dalla sofferenza (culturale, psicologica, esistenziale) che si prova a rimanere rinchiusi nella sola dimensione mercantile. Ognuno troverà la dimensione ottimale per sé, iniziando da poco e da ciò che gli sembra più facile o più vantaggioso, per estendere progressivamente, se lo riterrà opportuno, la sfera dell'autoproduzione e degli scambi non mercantili. Ma come si possono recuperare forme di sapere e saper fare che sono state cancellate dalla memoria collettiva? In realtà, come tutti i tentativi di uniformazione, anche questo non è riuscito del tutto. Qua e là sono rimaste nicchie di resistenza, che negli ultimi tempi hanno acquistato nuovi adepti. Come nei monasteri del primo e del secondo millennio sono stati conservati patrimoni di conoscenze che altrimenti sarebbero andate perdute, il sapere e il saper fare che liberano dalla dipendenza assoluta dalle merci sono stati conservati in pochi luoghi da poche persone, che le hanno anche implementati con una maggiore consapevolezza scientifica. Un movimento che si proponga l'obbiettivo di riconquistare equilibri sconvolti dal meccanismo della crescita economica e che persegua la decrescita come pre-requisito di questa riconquista, non può che proporsi di mettere in rete questi luoghi dove l'autoproduzione dei beni ha ancora un ruolo centrale.
Rimettere in circolo questo sapere e questo saper fare, può costituire un'alternativa alla mercificazione totale che caratterizza la società della crescita.
I luoghi in cui si praticano forme di autoproduzione sono numerosi. La varietà dei beni che si autoproducono più ampia di quanto s'immagini. Il bisogno di liberarsi dalla mercificazione assoluta spesso rimane mortificato dal non sapere come fare. Può mettersi in moto un processo moltiplicatore con effetti significativi sulla decrescita del p.i.l. e, forse, anche sulla felicità individuale di molte persone.
Non è forse questo il significato più profondo della politica?  
Ci sono molte cose che non sappiamo sul nostro futuro, ma una cosa di cui possiamo essere certi è che il business as usual, il modo di gestire l’economia sulla base dell’attuale modello di sviluppo, non sopravviverà ancora a lungo. È inevitabile un massiccio cambiamento.

LA NECESSITA' DI AGIRE
Rimane un interrogativo: questo cambiamento si realizzerà perché saremo capaci di agire con rapidità nella trasformazione del sistema economico, o perché non saremo riusciti a mobilitarci in tempo e la civiltà contemporanea avrà cominciato a collassare?
Sappiamo, dalle analisi sul riscaldamento globale, sull’accelerazione del degrado degli ecosistemi e sappiamo, dalle proiezioni sul futuro utilizzo delle risorse , che il modello economico occidentale non potrà durare a lungo.
Dobbiamo costruire una nuova economia, alimentata da fonti rinnovabili e che riutilizzi e ricicli tutto il possibile.
Possiamo descrivere questo modello economico con un certo grado di dettaglio.
La domanda è come arrivarci partendo da dove siamo ora e prima che sia troppo tardi. 
Come risponderemo ai nostri figli quando ci chiederanno: “Come avete potuto farci tutto ciò?, Come avete potuto lasciarci a fronteggiare un tale caos?”.

FARE LA NOSTRA PARTE

Possiamo soddisfare le esigenze delle attuali generazioni senza compromettere quelle delle generazioni future?
Certamente si. Ma è una sfida al cambiamento.
Dobbiamo adottare stili di vita individuali e familiari, produrre scelte collettive su scala locale in armonia con i cambiamenti necessari.
Significa sobrietà degli individui e un'economia alimentata soprattutto da fonti di energia rinnovabili, che preveda sistemi di trasporto diversificati e che riutilizzi e ricicli ogni cosa.

 

"La sobrietà non è soltanto una virtù di cui il sistema economico e produttivo basato sulla crescita del P.I.L. ha voluto cancellare accuratamente ogni traccia perchè non se ne serbasse nemmeno la memoria nel giro di una generazione, ma è, soprattutto, una manifestazione di intelligenza e di autonomia di pensiero."
Maurizio Pallante

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